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Allevamento della Piemontese al pascolo

Una RAZZA che si adatta molto BENE al PASCOLO

Esempio di trasformazione di un allevamento di tipo tradizionale ad uno di prevalenza pascolivo.
Alessio Moretta ( APA Torino ) email: This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it

L'allevamento della Piemontese, nella sua forma più tradizionale, prevede l'allevamento stabulato degli animali e l'utilizzo dei prati permanenti e, in minor misura avvicendati, per la produzione di fieno e per il foraggiamento verde.

Considerato l'esigenza di trovare forme alternative, semplificate, di management dell'allevamento, è stata analizzata la trasformazione, su scala aziendale, di un allevamento dal sistema esclusivamente stallino ad uno di tipo prevalentemente pascolivo.

Della conversione sono stati analizzati gli aspetti produttivi, foraggeri e zootecnici, e quelli gestionali. In questa prima parte verranno illustrati gli aspetti inerenti il sistema foraggero. Nella seconda parte saranno presentati i risultati della nuova gestione e alcune valutazioni economiche. Nuove forme di allevamento, alternative, devono soddisfare contemporaneamente i seguenti requisiti: semplicità ed economicità, per ridurre i costi, e, contemporaneamente, garantire la possibilità di mantenere un elevato carico animale. In ambienti di pianura, dove le condizioni ambientali e fondiarie lo consentono, il pascolamento di tipo intensivo, basato sul prato-pascolo naturale e artificiale, rappresenta forse la sola alternativa in grado di soddisfare quanto prima accennato. Risulta inoltre evidente che tale forma di allevamento è adatta, nel nostro areale, per quelle aziende di dimensione media, che rappresentano la maggioranza delle imprese zootecniche di Piemontese.

L'AZIENDA E IL CONFRONTO

L'azienda nella quale è stata effettuata la conversione è rappresentativa della più generale realtà piemontese sia per la superficie sia per il numero di capi allevati. Situata nel comune di Villafranca Piemonte (TO) a una altitudine di 253 m, l'azienda dispone di una superficie totale di 24 giornate piemontesi, pari a circa 9,2 ha, suddivisa in 8 appezzamenti non accorpati ma limitrofi al centro aziendale e alla stalla. Il fondo ha giacitura pianeggiante e tutti gli appezzamenti sono sistemati a irrigazione per scorrimento, con un turno di 7 giorni. Il terreno di medio impasto è di buona profondità su gran parte dell'estensione e superficiale (30-50 cm), per la presenza di ghiaia, in alcuni appezzamenti. I fabbricati rurali sono raggruppati in due corpi: uno è rappresentato dall'abitazione del proprietario, l'altro dalla stalla (a lettiera permanente con paddock esterno in terra), fienile e tettoia per il ricovero dei macchinari. Un secondo ricovero per gli animali in accrescimento è stato successivamente allestito in prossimità del centro aziendale. La manodopera necessaria all'espletamento delle operazioni, sia di stalla che di campagna, è stata prestata dal proprietario coadiuvato da un famigliare. L'analisi è stata effettuata confrontando i dati di un triennio quando la gestione era esclusivamente stallina, con quelli del triennio ad avvenuta conversione alla gestione pascoliva. Negli anni esaminati l'indirizzo aziendale è sempre stato orientato alla produzione di vitelli svezzati (mangiarin) con l'allevamento delle vacche nutrici secondo quella che viene definita linea vacca-vitello. Inoltre, non è mai stata praticata la mungitura.

GESTIONE STALLINA


Nel triennio precedente alla conversione, utilizzato come riferimento per il confronto con il nuovo sistema, per l'alimentazione della mandria era adottata la tecnica del foraggiamento verde che prevede la somministrazione in stalla di erba fresca o fieno a seconda della disponibilità stagionale. Il periodo di alimentazione verde copriva circa 7-8 mesi in relazione principalmente all'andamento climatico che influisce sulla crescita dell'erba e l'accessibilità dei prati. Nella rimanente parte dell'anno la dieta prevedeva l'impiego esclusivo di foraggi conservati. Nella tabella 1 è riportato il riparto colturale.
L'utilizzo della superficie prativa era differenziato tra prati avvicendati e permanenti. Nei primi lo sfalcio per il foraggiamento verde era prevalente rispetto a quello destinato alla produzione di fieno da reimpiegare poi nel periodo invernale. Infatti, 5 sfalci erano utilizzati come erba fresca mentre solo 1 taglio era destinato alla fienagione. Per la semina era impiegato un miscuglio contenente un'associazione di graminacee quali loiessa (Lolium multiflorum), erba mazzolina (Dactylis glomerata) con trifoglio bianco (Trifolium repens). La durata di questo tipo di cotica, subordinata all'aggressività con la quale la leguminosa soffoca le graminacee, era variabile ma comunque limitata a 2-3 anni. Nei prati permanenti, viceversa, era superiore il numero di tagli per la produzione di scorte, tre, rispetto all'una o due utilizzazioni, a fine stagione, per la foraggiata verde. La produzione cerealicola era destinata, in parti uguali, all'alimentazione del bestiame e alla vendita. La consistenza della mandria allevata è riportata in tabella 2.

Tabella 1. Riparto colturale prima e dopo la conversione
S.A.U. (%)
coltura
sistema stallino
sistema pascolivo
Seminativi
32
-
Prati avvicendati
30
-
Prati permanenti
38
-
Prato-pascoli avvicendati
-
62
Prato-pascoli permanenti
-
38

 

Tabella 2. consistenza della stalla prima e dopo la conversione

capi (n)
categoria
sistema stallino
sistema pascolivo
Vacche 16 20
Manze 4 5
Vitelle 5 8
Vitelli 4 8

GESTIONE PASCOLIVA

La conversione della gestione, da stallina a prevalentemente pascolava, ha modificato radicalmente la modalità di utilizzazione della risorsa. Da ciò consegue: primo, la precedenza imputata al prelievo diretto dell'erba da parte degli animali rispetto all'utilizzazione a prato; secondo l'abolizione della pratica del foraggiamento verde. Obiettivo è quello di valorizzare l'offerta di fitomassa mediante il pascolamento e ricorrere allo sfalcio solo allorquando l'offerta di erba è eccessiva rispetto alla capacità di utilizzazione degli erbivori e, conseguentemente, per motivi legati alle caratteristiche del foraggio, aumentano i refusi. In questo nuovo contesto l'intera superficie aziendale è stata convertita a prato-pascoli, avvicendati e permanenti (tabella1). Per esercitare il pascola-mento è stato necessario allestire le recinzioni per il contenimento degli animali e rendere disponibile l'acqua di bevanda direttamente al pascolo. Per quanto concerne le recinzioni sono state messe in opera due tipi di recinzioni; fissa e mobile. La prima, che garantisce un maggior grado di sicurezza e resistenza, è stata utilizzata per la recinzione perimetrale degli appezzamenti. La frammentazione fondiaria ha reso necessario uno sviluppo notevole di questa tipologia di recinzione. Quelle mobili sono state impiegate per delimitare le superfici di pascolo accessibile agli animali. Per la collocazione delle recinzioni fisse sono stati utilizzati dei pali di legno, aventi dimensioni di 4 x 4 cm, posti ogni 10 metri, infissi permanentemente nel terreno.

Tra un palo e quello successivo è stato collocato un distanziale, sempre in legno, di dimensioni 3 x 3 cm. Sulle testate sono state utilizzate ex traversine ferroviarie, delle dimensioni di 30 x 30 cm, opportunamente controventate perché aventi la funzione di sostegno della recinzione. Per la messa a dimora dei paletti è stato utilizzato un semplice battipalo che ha consentito alla operazione di essere veloce e poco faticosa. Come filo conduttore è impiegato del filo di ferro zincato del diametro di 4 mm; sono stati collocati tre ranghi di filo ad altezze diverse, rispettivamente a 30, 55 e 90 cm, con la possibilità di escludere l'elettrificazione di quello situato alla quota inferiore in modo tale da evitare dispersioni conseguenti al contatto tra l'erba sottostante in crescita e il conduttore. Tramite una serie di interruttori all'uopo installati, oltre all'esclusione del singolo conduttore, è stato possibile escludere quella porzione di recinzioni nei periodi durante i quali non era esercitato il pascolamento. L'ancoraggio del filo alle diverse altezze per ogni paletto è garantito da un apposito fermaglio metallico a goccia d'acqua (sistema brevettato Gallagher). Sui pali caposaldo sono montati degli isolatori d'angolo ad altissima resistenza meccanica appositamente studiati per recinzioni fisse realizzate con filo zincato molto teso. Intervallati lungo la recinzione sono disposti dei tendifilo per mezzo dei quali è stato possibile tendere fortemente i diversi ranghi di conduttore. Per gli ingressi sono state utilizzate delle maniglie isolanti dotate, ad una estremità, di una piccola molla estensibile da collegare al filo conduttore e, dall'altra, di un piccolo uncino metallico per l'aggancio all'isolante montato sul palo del cancello. Non sono stati approntati cancelli in legno o altro materiale. Per le recinzioni mobili sono utilizzati dei paletti autoisolanti in plastica bianca, leggeri, resistenti e di lunga durata agli agenti atmosferici. Ogni paletto è dotato di passanti per il filo a varie altezze; la parte a contatto con il terreno presenta un doppio tallone profilato che migliora la stabilità e, grazie anche alla lunga punta metallica, ne facilità l'ancoramento al terreno. Come conduttore per questa tipologia di recinzione è stato impiegato del filo elettrico in acciaio galvanizzato con anima in poliestere (filo di plastica), con perfetta resistenza alle manipolazioni ripetute. All'inizio del prova erano previste due linee di filo per evitare eventuali fughe di animali; successivamente, considerato l'effetto deterrente esercitato dalla recinzione nei confronti degli animali, un unico filo si è dimostrato sufficiente. L'elettrificazione, per entrambe le tipologie di recinzioni, fisse e mobili, è stata ottenuta mediante l'impiego di un elettrificatore collegato in rete, in grado di coprire diversi chilometri di recinzione. Questo tipo di elettrificatore, con tensione di uscita di circa 10000 Volts a basso amperaggio, è consigliabile rispetto a quello ad accumulatore perchè, a parità di potenza, risulta essere più economico, più sicuro (la scarica ha sempre la stessa potenza) e non necessita di manutenzione. Nel corso della prova non si è mai verificata l'uscita degli animali dalle recinzioni perimetrali. La manodopera necessaria alla manutenzione delle recinzioni è stata minima. Infatti, è stata sufficiente una rapida ribattuta dei pali a fine inverno, in quanto smossi dal gelo, e la successiva ritenzione dei fili. Per l'abbeverata degli animali al pascolo, indispensabile per favorire la permanenza degli stessi e elevare l'ingestione di erba, è stato utilizzato un carro botte, della capienza di 2,5 m3, che con periodicità diversa in funzione della stagione veniva riempito e trasferito nei diversi appezzamenti. Nella situazione in questione questo sistema è stato preferito all'impianto fisso con tazzette a galleggiante causa la frammentazione fondiaria che richiedeva un elevato costo d'impianto.

IL SISTEMA FORAGGERO

Come accennato in precedenza la superficie aziendale è stata convertita interamente a colture prato-pascolive, avvicendate e permanenti. Quando l'utilizzazione dell'erba avviene direttamente da parte degli animali al pascolo occorre essere in grado di offrire dell'erba, cioè disporre sempre di superfici da pascolare, e l'erba deve essere, per quanto possibile, anche appetita. Consapevoli delle difficoltà nell'essere in grado di soddisfare sempre il secondo requisito, soprattutto in taluni periodi ( parte centrale dell'estate), la continuità dell'attività di pascolo è condizione inderogabile per la sostenibilità della validità di un sistema pascolivo. Un sistema foraggero ad utilizzazione prevalentemente pascoliva prevede una gestione molto più flessibile rispetto a quella tradizionale prativa, nella quale epoca di sfalcio e modalità di utilizzazione sono molto rigide e radicate nelle tradizioni. La gestione dell'utilizzazione delle superfici non può essere decisa a priori, ma di volta in volta, in relazione principalmente all'andamento climatico e alle disponibilità di foraggio. Occorre decidere quale utilizzazione è più conveniente, se il pascolamento o lo sfalcio. Ciò al fine di evitare di offrire erba troppo matura, e conseguentemente poco appetita, e ridurre eccessivamente l'offerta di erba. L'utilizzazione della cotica erbosa a gestione pascolava è idealmente schematizzata in figura 1.

Per soddisfare i requisiti gestionali prima menzionati si è proceduto a pascolare l'intera superficie alla ripresa vegetativa. Durante la successiva fase di massima crescita dell'erba (aprile-giugno), il pascolamento ha interessato solo parte dei prato-pascoli avvicendati; la porzione rimanente di prato-pascoli avvicendati e l'intera quota di quelli permanenti sono stati sfalciati per la produzione di scorte. Nella prima parte della stagione estiva sono stati alternati pascolamento e sfalcio mentre a partire da agosto-settembre l'intera superficie è stata destinata esclusivamente al pascolamento. Questo diversa modalità di utilizzazione è conseguente alla modalità di sfruttamento durante la parte iniziale della stagione. Infatti, dopo un serie di cicli di pascolo è opportuno effettuare un taglio di pulizia per regolarizzare l'offerta di erba rimovendo soprattutto quelle zone che, causa l'effetto delle deiezioni, sono rifiutate. La capacità d'ingestione, diminuendo la crescita, è superiore rispetto alla ricrescita dell'erba quindi l'intera superficie può essere pascolata. Una gestione secondo lo schema illustrato prevede per i prato-pascoli avvicendati, in media, sei cicli di utilizzazione pascoliva più uno sfalcio per la produzione di scorte. Per le cotiche permanenti i cicli di pascolo variano da due a tre, più una o due utilizzazioni prative.

Figura 1. Gestione del sistema foraggero

mar
apr
mag
giu
lug
ago
set
ott
nov
dic
prato-pascolo avvicendato
gestione A
1
-
2
3
4
5
--
6
-- 7 --
gestione B
1
2
3
-
4
5
--
6
-- 7 --
prato-pascolo permanente
gestione A
1
-
2
-
3
4
--
--
5 - --
gestione B
1
-
2
3

4
--
5
-- 6 --
superficie pascolata (%)
100
30
30
50
50
90
100
100
100
100

L'utilizzazione delle cotiche permanenti è strettamente correlata alla composizione floristica. La specie graminacea predominate della nostra praticoltura è il loglio italico o loiessa (Lolium multiflorum). Una serie di utilizzazioni severe e ravvicinate, combinate con il calpestamento da parte degli animali, in particolar modo con terreno umido, compromettono seriamente la presenza di questa foraggera e, quindi, la produttività della cotica. Non solo. Un'altra specie tipica della nostra praticoltura è il trifoglio bianco o ladino (Trifolium repens). Un'utilizzazione poco accorta, come accennato, ne favorisce la diffusione tanto che la sua presenza diventa eccessiva con conseguenze negative per la dieta delle nutrici. Infatti, quando il contributo specifico, cioè la presenza, della leguminosa supera il 40% può compromettere seriamente il metabolismo del ruminante causa un eccesso di sostanze azotate, di quelle solubili in particolare. Per la semina dei prati-pascoli avvicendati è stato verificato l'adattamento di due miscugli alla doppia utilizzazione, pascolo e sfalcio. Il primo, indicato per le nutrici, è stato ottenuto miscelando della Festuca arundinacea, cultivar Fuego, migliorata per quanto concerne la ruvidità della lamina, e trifoglio ladino (T. repens), con una varietà, Huia, a sviluppo intermedio, meno aggressivo soprattutto in estate rispetto a quello autoctono spontaneo. Le quantità di seme impiegate, per unità di superficie, sono state rispettivamente di 35 Kg/ha per la graminacea e 2 Kg/ha della leguminose. Nella porzione destinata prevalentemente al pascolamento dalle manze come graminacea è stato utilizzato, in sostituzione della festuca, del loietto perenne (Lolium perenne), sempre miscelato con del ladino. La dose di seme della graminacea è stata di 40 Kg/ha, sempre 2 Kg/ha per la leguminosa. La semina è stata effettuata all'inizio del mese di settembre.Nel prato-pascolo delle vacche è stata utilizzata la festuca perché specie molto rustica, sopporta molto il calpestamento, produttiva e longeva. Per le manze è stato preferito il loietto perché le sue caratteristiche qualitative e di appetibilità sono più confacenti alle esigenze di animali in fase di accrescimento. La fase della scelta varietale è fondamentale nel concorrere,per quanto detto in precedenza, a determinare la durata della cotica. Gli interventi di tecnica colturale che, insieme alla scelta varietale, influiscono nel determinare la durata della cotica sono l'irrigazione e la concimazione, da intendersi solo quella azotata. L'irrigazione consente di migliorare la ricrescita nelle prime fasi, molto critiche, subito dopo l'utilizzazione. L'effetto è amplificato dalla concimazione azotata che rappresenta un importante strumento per modulare la crescita dell'erba e il rapporto tra graminacee e leguminose. La concimazione deve essere impiegata strategicamente come mezzo per la regolarizzazione dell'offerta di erba, la salvaguardia della graminacea seminata e il contenimento della leguminose. Per raggiungere gli obiettivi prefissati gli apporti sono risultati compresi tra 150 e 250 Kg/ha di azoto,distribuiti in più interventi nel corso della stagione, orientativamente dopo ogni ciclo di utilizzazione, con l'esclusione della sommi nistrazione nella parte centrale dell'estate, periodo nel quale le graminacee estive sono particolarmente aggressive.
La distribuzione è stata effettuata almeno due settimane prima dell'utilizzazione da parte degli animali. La tecnica di pascolamento adottata è stata quella turnata che prevede l'accessibilità degli animali a una porzione delimitata di pascolo terminata la quale segue un periodo di ricrescita indisturbata dell'erba. La superficie di pascolo accessibile dagli animali non è costante nel corso della stagione. Infatti, durante le fasi di forte ricrescita dell'erba la mandria aveva a disposizione una superficie sufficiente anche solo per un giorno. Quando la crescita si riduce i recinti consentivano la permanenza per 3-5 giorni. Così operando è stato possibile ottenere alti coefficienti di utilizzazione dell'erba e aumentare il carico di bestiame rispetto alla precedente gestione (tabella 2).

GESTIONE DELLA MANDRIA

Per scelte aziendali gli animali sono stati suddivisi in due gruppi. Il primo, più grande, costituito dalle nutrici e i vitelli lattanti; il secondo quello delle manze e manze gravide. Per entrambi i gruppi l'obiettivo è stato, compatibilmente con l'andamento climatico, quello di pascolare per il maggior tempo possibile. La stagione di pascolo è iniziata in primavera, appena la crescita dell'erba consentiva il prelievo diretto degli animali, e terminava quando l'offerta di erba è divenuta limitata o le precipitazioni nevose hanno impedito l'utilizzazione.Gli animali venivano messi al pascolo al mattino, con orario variabile dalle 7 alle 11 a seconda della stagione, e vi permanevano per l'intera giornata, fino a quando la luce permetteva di vedere gli animali. Durante la notte gli animali, per motivi di sicurezza, sono sempre stati ricoverati in stalla.
Con l'introduzione del pascolamento è mutata la modalità di utilizzazione dell'erba durante la stagione vegetativa. Nel periodo invernale, quando non è disponibile l'erba fresca, l'alimentazione è stata analoga a quella adottata quando l'allevamento era stallino.

RAZIONE VACCHE


Durante la stagione di pascolo, prima della messa al pascolo, è sempre stato somministrato del fieno lungo con lo scopo di stimolare una corretta funzionalità ruminale e aumentare gli apporti in quelle fasi della stagione in cui l'erba risulta essere carente nei suoi apporti quanti-qualitativi. La quantità di fieno somministrata è risultata compresa tra 1 e 3 Kg. La dieta era composta da solo fieno anche quando, causa le precipitazioni persistenti, gli animali non potevano accedere al pascolo. Unitamente al fieno gli animali hanno sempre ricevuto una piccola dose di integratore vitaminico-minerale miscelato con della crusca. Le caratteristiche delle razione estiva delle vacche è riportata in tabella 3. Nel periodo invernale la dieta prevedeva la somministrazione di una miscela di diversi tagli di fieno, per soddisfare soprattutto i fabbisogni proteici. In aggiunta era prevista anche della farina di mais nella quale era diluito l'integratore (tabella 4). Anche i vitelli, allevati con le fattrici, durante la stagione di pascolo hanno avuto la possibilità di utilizzare l'erba verde oltre al fieno e al mangime specifico per lo svezzamento. Nella stagione invernale, naturalmente, non era disponibile l'erba.

RAZIONE MANZE

A differenza delle vacche, durante la stagione di pascolo, il fieno era disponibile a volontà oltre per favorire la formazione del "cappello" ruminale anche per favorire la distensione del prestomaco nel giovane ruminante. Inoltre, per soddisfare le esigenze di questa fase della crescita, gli animali ricevevano una ridotta quantità di nucleo proteico( tabella 5). Durante la stagione invernale alle manze è sempre stato somministrato il fieno di qualità migliore opportunamente bilanciato con del nucleo proteico e della farina di mais. In tabella 6 sono riportati gli apporti della dieta invernale.

Tabella 3.Razione estiva vacche
alimento
kg
s.s.(%)
UFL/Kg s.s.
PG (%s.s.)
s.s .(Kg)
UFL
PG (grammi)
erba
40
16.5
0.72
17.6
6.6
4.8
1162
fieno 1°taglio
2
90
0.52
9.27
1.8
0.9
153
farina di mais
0
87
1.27
10.4
0.1
0.1
9
integratore
0.05






TOTALE




8.5
5.8
1324

 

Tabella 4. Razione invernale vacche
alimento
kg
s.s.(%)
UFL/Kg s.s.
PG (%s.s.)
s.s .(Kg)
UFL
PG (grammi)
fieno 2°-3°taglio 11 90 0.58 11.2 9.9 5.7 1109
farina di mais 0.5 87 1.27 10.4 0.4 0.6 45
integratore 0.05

TOTALE 10.3 6.3 1154

 

Tabella 5. razione estiva manze
alimento
kg
s.s.(%)
UFL/Kg s.s.
PG (%s.s.)
s.s .(Kg)
UFL
PG (grammi)
erba 22 16.2 0.76 22.9 3.6 2.7 816
fieno 1°taglio 3 90 0.52 9.27 2.7 1.4 250
nucleo 0.2 88 0.97 22 0.2 0.2 39
integratore 0.05
TOTALE 6.4 4.3 1105

 

Tabella 6. razione invernale manze
alimento
kg
s.s.(%)
UFL/Kg s.s.
PG (%s.s.)
s.s .(Kg)
UFL
PG (grammi)
fieno 2°-3°taglio 7 90 0.58 11.2 6.3 3.7 706
farina di mais 0.5 87 1.27 10.4 0.4 0.6 45
nucleo 0.7 88 0.97 22 0.6 0.6 136
integratore 0.05
TOTALE 7.4 4.8 886

La prova sperimentale è stata condotta in collaborazione con il Dipartimento di Agroselviter dell'Università di Torino